Pomodoro da industria, campagna 2026 sotto osservazione Confagricoltura MI LO MB avverte: «A rischio gli equilibri di filiera»

(Lodi, 13 febbraio 2026) – La campagna del pomodoro da industria 2026 si apre con elementi di forte incertezza anche nei territori di Milano, Lodi e Monza Brianza, dove cresce la preoccupazione per l’aumento delle superfici coltivate e per le possibili ricadute sul prezzo riconosciuto ai produttori.

Cosa è accaduto nel 2025: superfici elevate ma rese ridotte

Nel 2025, nonostante un’estensione delle superfici già significativa, la produzione complessiva è rimasta contenuta. I terreni hanno infatti risentito delle condizioni climatiche particolarmente difficili dell’annata precedente, con rese inferiori al potenziale. Questo ha consentito all’industria di assorbire integralmente il prodotto conferito, mantenendo il mercato in equilibrio e permettendo al prezzo di attestarsi su livelli soddisfacenti.

Lo scenario che si profila per il 2026 è però diverso – quello di un’ulteriore crescita delle superfici, stimata tra il 10% e il 12%, determinata dall’effetto combinato dei buoni prezzi della scorsa campagna e dal crollo delle quotazioni di colture alternative come mais, soia, cereali autunno-vernini e riso. A differenza del 2025, però, le rese potrebbero tornare su valori normali, con il rischio di una produzione abbondante che metterebbe sotto pressione l’intero sistema.

Il nodo centrale resta il prezzo. Secondo quanto riferito da Pietro Invernizzi, imprenditore agricolo di Fombio, attivo da oltre dieci anni nel pomodoro da industria, tra gli operatori circolano indicazioni informali che ipotizzano un possibile assestamento del prezzo attorno ai 12 euro al quintale, contro i 14,20 euro medi della campagna 2025.

La testimonianza dell’imprenditore lodigiano Pietro Invernizzi

«Lo scorso anno siamo riusciti a consegnare l’intera produzione perché i volumi complessivi sono rimasti contenuti», spiega Invernizzi, che coltiva circa 35 ettari di pomodoro. «I terreni risentivano delle difficili condizioni climatiche dell’annata precedente e le rese sono state inferiori al potenziale. Quest’anno il quadro potrebbe cambiare. Con una resa, ad esempio, attorno di 700 quintali per ettaro, una riduzione di due euro al quintale si traduce in una perdita oltre i 1.500 euro per ettaro, a cui si aggiungono i costi di produzione, rimasti sostanzialmente invariati».

Secondo l’imprenditore lodigiano, un ruolo critico lo ha avuto anche la gestione delle superfici da parte delle Organizzazioni di produttori. «Molte Op hanno aumentato troppo le superfici, senza una reale programmazione».

A complicare il quadro è anche il confronto sulla tabella qualità. Dopo le modifiche introdotte nella scorsa campagna, che avevano riequilibrato in parte il rapporto a favore dei produttori, l’industria spinge ora per un ritorno alle condizioni precedenti, in un contesto segnato da maggiore offerta e da un potere contrattuale sbilanciato.

L’intervento del Presidente Pacchiarini: “Serve programmazione e trasparenza”

Sulla situazione interviene Francesco Pacchiarini, presidente di Confagricoltura Milano Lodi Monza Brianza. «Il pomodoro da industria non è una coltura che si possa inseguire sull’onda del prezzo di un solo anno. È una filiera complessa che richiede programmazione, responsabilità e trasparenza da parte di tutti i soggetti coinvolti, a partire dal rapporto tra produzione agricola e industria di trasformazione».

Confagricoltura sottolinea il rischio di uno squilibrio strutturale, in assenza di un coordinamento efficace lungo la filiera.

«Se l’offerta cresce senza una gestione condivisa delle superfici e dei volumi, il prezzo diventa l’unico strumento di aggiustamento e a pagarne il conto sono le aziende agricole», conclude Pacchiarini. «Il 2026 può ancora essere una campagna sostenibile, ma solo se si evitano scelte di corto respiro e si torna a governare il settore nel suo insieme, con un confronto serio anche con l’industria».

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