(Lodi, 16 febbraio 2026) – Il carbon farming non è una scorciatoia né una soluzione immediata, ma un terreno di confronto necessario in una fase storica in cui all’agricoltura viene chiesto, contemporaneamente, di produrre di più, ridurre l’impatto ambientale e restare economicamente in piedi. Da questa consapevolezza ha preso le mosse il convegno “Carbon farming: i crediti di carbonio. Stato dell’arte e prospettive per il settore agricolo”, promosso da Confagricoltura Milano Lodi Monza e Brianza questo pomeriggio, 16 febbraio, al Parco Tecnologico Padano di Lodi, con il supporto di BCC Lodi, alla presenza di una nutrita rappresentanza di imprenditori agricoli, tecnici e operatori del settore.


Cos’è il carbon farming e come si inserisce nel quadro europeo
Il carbon farming, come emerso nel corso dei lavori, è l’insieme di pratiche agricole e forestali finalizzate ad aumentare la capacità dei suoli e della biomassa di assorbire e trattenere carbonio, contribuendo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e, allo stesso tempo, al miglioramento della fertilità dei terreni e della resilienza dei sistemi produttivi. Un approccio che si inserisce nel quadro delle politiche europee sul clima e del Green Deal, con l’obiettivo della neutralità carbonica al 2050, ma che oggi si confronta con una fase ancora di transizione, sia normativa sia operativa, in attesa della piena strutturazione del quadro europeo di certificazione delle rimozioni di carbonio, attesa nei prossimi anni, in coerenza con la nuova programmazione PAC post 2027.
L’apertura dei lavori: gli interventi di Pacchiarini e del CREA
Ad aprire i lavori sono stati Francesco Pacchiarini, presidente di Confagricoltura Milano Lodi Monza e Brianza, insieme a Ilaria Falconni (CREA PB Roma), che ha inquadrato il carbon farming dal punto di vista scientifico e regolatorio, evidenziando come non possa essere considerato, almeno nel breve periodo, un vero e proprio modello di business, ma piuttosto un percorso di transizione graduale. «Le opportunità oggi risultano più accessibili per quelle aziende agricole che partono da buone condizioni economiche e gestionali e che scelgono di intraprendere volontariamente un percorso di cambiamento», ha dichiarato. Accanto alle prospettive, sono state richiamate anche le principali criticità, tra cui la attuale mancanza di strumenti di sostegno dedicati, il rischio legato alla redditività nel lungo periodo a fronte di investimenti iniziali e l’incertezza del valore del carbonio, oggi determinato principalmente dall’incontro tra domanda e offerta tra soggetti privati. Centrale, infine, il tema dell’aggiornamento tecnologico, indispensabile per garantire qualità, misurabilità e credibilità degli interventi.


Gli aspetti tecnici: misurazione, prezzi del carbonio e pratiche agronomiche
Il contributo di Marco Acutis (Università di Milano) si è concentrato sugli aspetti tecnici, sulle pratiche agronomiche e sui sistemi di misurazione e certificazione. Acutis ha richiamato l’attenzione sulla forte variabilità del valore dei crediti di carbonio, evidenziando come le quotazioni di mercato possano oscillare indicativamente tra 2 e 35 euro a tonnellata di CO₂, in funzione della qualità del progetto, delle metodologie adottate e dell’affidabilità dei sistemi di monitoraggio. «Il carbon farming – ha poi evidenziato – non va letto solo come una possibile valorizzazione ambientale, ma come uno strumento in grado di migliorare l’efficienza aziendale e rafforzare la capacità delle imprese agricole di offrire servizi ecosistemici, attraverso pratiche agronomiche già note e consolidate, come la riduzione delle lavorazioni, le colture di copertura, le rotazioni colturali e la valorizzazione della sostanza organica».
Il ruolo del credito: riconoscere il valore ambientale dell’agricoltura
Dal punto di vista del credito, Giuseppe Savastano, Direzione Crediti di Cassa Centrale Banca – Credito Cooperativo, ha chiarito. «Se un settore è strategico per determinati obiettivi, il suo ruolo viene riconosciuto anche a livello di politiche e strumenti finanziari, così accade all’agricoltura che sta dimostrando in modo concreto il proprio contributo alla transizione ambientale». Ha quindi evidenziato che il carbon farming può contribuire a superare una visione del primario come comparto esclusivamente emissivo, rafforzandone invece il ruolo come parte della soluzione ai cambiamenti climatici.


Agricoltura rigenerativa, Green Deal e sfide produttive: le riflessioni finali
In chiusura dei lavori, Nicola Gherardi, componente della Giunta di Confagricoltura, ha inquadrato il carbon farming, come agricoltura “rigenerativa”, che promuove il ritorno a tecniche tradizionali per restituire fertilità ai suoli, integrate con l’innovazione, richiamando il pubblico a una riflessione più ampia: da un lato il Green Deal che fissa l’obiettivo della neutralità carbonica al 2050, e dall’altro la FAO che chiede di produrre di più per rispondere alla crescita della popolazione, in un contesto in cui i dati indicano una perdita significativa di capacità produttiva nei prossimi decenni. Una tensione che si riflette duramente sulle imprese agricole, chiamate a coniugare sostenibilità ambientale, tenuta economica e capacità produttiva, in una fase di profonda trasformazione.

