(Milano, 10 luglio 2026) – L’espansione dei data center lambisce ormai le campagne del territorio di Confagricoltura Milano, Lodi, Monza e Brianza, e il mondo agricolo chiede che la corsa al digitale non si trasformi in una nuova stagione di consumo di suolo e di acqua. All’indomani della legge regionale appena approvata, che per la prima volta disciplina l’insediamento di queste strutture in Lombardia, i numeri spiegano l’urgenza: in Italia i data center attivi sono già circa 200, ed è la provincia di Milano a concentrare quasi il 70% della potenza installata nazionale.
Pacchiarini: “Serve una pianificazione condivisa del territorio”
La chiave di lettura la offre il presidente Francesco Pacchiarini: «Si continua a sottrarre terreno agricolo: sembra di essere tornati agli anni Cinquanta e Sessanta dell’industrializzazione, e poi alla stagione dell’espansione della logistica. Non vogliamo fermare il progresso, siamo imprenditori, ma la partita ora si gioca sull’attuazione della legge regionale: il consumo di suolo e di acqua che i data center comportano deve essere regolamentato anche da un accordo territoriale e una programmazione concertata, che privilegi le aree “brown”, quelle dismesse e già compromesse, rispetto ai terreni coltivati. Gli agricoltori operano ogni giorno a favore dell’ambiente, dell’assorbimento della CO2 e della qualità dell’aria: se il suolo viene sottratto, questo presidio ambientale viene depauperato».
Le preoccupazioni degli imprenditori agricoli
Carlo Baietta, imprenditore agricolo a Melegnano, coltiva a ridosso di uno dei nuovi insediamenti: «Rappresenteranno il futuro della tecnologia, ma per l’agricoltura costituiscono un problema serio: sono strutture che richiedono molta acqua e fortemente energivore. Colpisce che l’Europa pensi di rispondere al fabbisogno energetico puntando soprattutto sul fotovoltaico: la resa è decisamente inferiore rispetto alle esigenze di questi centri. Gli impianti a biogas, che generano energia programmabile e possono renderla disponibile anche nelle ore notturne, sarebbero un’integrazione naturale: oggi invece vengono scoraggiati e penalizzati, mentre potrebbero persino offrire tariffe notturne competitive a strutture che non si fermano mai».
Giuseppe Signorelli, imprenditore agricolo a Settala, il fenomeno lo vive già da vicino: «Sul nostro territorio è già operativo un data center e un altro sorge poco più a nord, a Vignate. La Regione, va detto, è intervenuta a disciplinare un fenomeno che si era già sviluppato autonomamente: la norma arriva, ancora una volta, quando le trasformazioni sono già avvenute. Il primo nodo è l’acqua per il raffreddamento: se si attinge alla falda, quali tecnologie? Alcune la riciclano, altre la restituiscono a temperatura più elevata. Occorre rendere obbligatori i sistemi che ne limitino gli sprechi. Il secondo nodo è il suolo: finora i data center sono sorti su aree agricole, e la nostra stessa azienda ha ricevuto la proposta di cedere metà della superficie a una società intenzionata a realizzare impianti fotovoltaici e altre infrastrutture. Queste società si muovono in una fase difficile per l’agricoltura: il rischio è che gli imprenditori agricoli, attratti da offerte vantaggiose, finiscano per privarsi della propria terra».
L’appello di Confagricoltura: crescita governata e non subita
Il territorio più conteso d’Italia ha davanti una scelta che non è tra campi e server, ma tra crescita subita e crescita governata. Confagricoltura Milano, Lodi, Monza e Brianza si candida a sedersi al tavolo con Regione, enti locali e operatori: l’attuazione della nuova legge è l’occasione per dimostrare che la Lombardia digitale può crescere senza cancellare la Lombardia agricola.
L’Immagine in evidenza è stata generata con l’AI.

