Zootecnia sotto accusa: Confagricoltura Milano Lodi Monza Brianza apre le stalle a telecamere e giornalisti

(Lodi, 13 agosto 2026) — Mentre la polemica sul documentario “Food for Profit” e sui suoi finanziamenti occupa le pagine dei giornali, Confagricoltura Milano Lodi Monza Brianza sceglie di non entrare nella disputa e di rispondere in un altro modo: apre le porte delle proprie aziende. A chiunque voglia raccontare gli allevamenti, a partire dal servizio pubblico, l’organizzazione offre l’accesso alle stalle del territorio. Telecamere, microfoni, domande, senza filtri e senza copione.

«L’invito è serio e resta aperto — dice Francesco Pacchiarini, presidente di Confagricoltura Milano Lodi Monza Brianza —. Venite a vedere come si lavora, parlate con gli allevatori, guardate i dati, chiedeteci conto di quello che non funziona: siamo pronti a rispondere di tutto, anche delle cose scomode».

Cosa c’entra “Food for Profit”

La polemica riguarda “Food for Profit”, il documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi sugli allevamenti intensivi e sui fondi pubblici europei che li sostengono, trasmesso da Rai 3 dentro Report nel maggio 2024. In questi giorni è tornato nelle cronache per i finanziamenti privati che ne hanno sostenuto la produzione: secondo le ricostruzioni giornalistiche, tra i sostenitori figurerebbero investitori attivi nel settore delle proteine vegetali e delle alternative alla carne. Gli autori respingono le accuse e ricordano che il documentario è stato autoprodotto con una raccolta fondi e che l’elenco dei sostenitori è pubblico. Stabilire se ci sia stato un conflitto di interessi non è comunque compito di un’organizzazione agricola: se ne stanno occupando le sedi competenti, e quello che riguarda gli agricoltori non si esaurisce in un programma televisivo.

«Non chiediamo simpatia, chiediamo completezza»

«Da anni la zootecnia entra nel discorso pubblico in un modo solo: come problema — osserva Pacchiarini —. Problema ambientale, problema sanitario, problema etico. Quasi mai come lavoro, come filiera, come una delle ragioni per cui in Italia si mangia bene e si mangia sicuro. Non chiediamo simpatia: chiediamo completezza. Se al pubblico arriva sempre e soltanto metà della fotografia, quella metà finisce per sembrare tutta la realtà».

L’organizzazione non ha alcuna intenzione di difendere l’indifendibile: dove ci sono maltrattamenti chi sbaglia deve risponderne, e denunciarli conviene per primi agli allevatori corretti, che da quelle immagini vengono danneggiati due volte. Il punto è il salto dal caso al sistema. Gli allevamenti italiani non sono una zona franca: sono sottoposti a controlli veterinari ufficiali e classificati in base al rischio attraverso ClassyFarm, il sistema del Ministero della Salute che valuta azienda per azienda biosicurezza, benessere animale e uso dei farmaci. Proprio quel sistema, lo scorso febbraio, è stato scelto dalla FAO come riferimento mondiale per la riduzione degli antibiotici negli allevamenti: una notizia che in Italia ha avuto lo spazio di un trafiletto.

I numeri che pochi raccontano

I numeri, del resto, dicono qualcosa di preciso:

  • Antibiotici: vendite destinate agli animali da produzione alimentare scese del -49% rispetto al 2016 e del -64% rispetto al 2010 (fonte: Ministero della Salute).
  • Gas serra: l’agricoltura italiana produce il 7,7% delle emissioni nazionali e le ha ridotte del -22,3% rispetto al 1990 (fonte: ISPRA).
  • Ammoniaca: le emissioni più legate agli allevamenti sono calate del -24% rispetto al 2005 (fonte: ISPRA).

Quanto al perché di quel calo, lo stesso istituto indica tre cause: la diffusione delle tecniche di abbattimento, il minore uso di fertilizzanti e la riduzione del numero di animali allevati.

«Le prime due cose sono innovazione, la terza no — sottolinea il presidente —. Quando un’azienda copre le vasche dei liquami o installa un impianto di biogas, è un’emissione in meno ottenuta continuando a produrre. Quando una stalla chiude, l’emissione sparisce insieme al lavoro e alla produzione. Sulla carta il risultato è lo stesso: nella realtà sono due cose opposte».

La partita che si gioca ora: la direttiva IED 2.0

La questione non è di prestigio. In Parlamento è alla stretta finale il decreto che recepisce la direttiva europea 2024/1785, la cosiddetta IED 2.0: porterà una parte degli allevamenti di suini e pollame dentro le regole sulle emissioni industriali, con l’obbligo di un’autorizzazione ambientale e delle migliori tecniche disponibili per contenere le emissioni, e alcuni anni di tempo per adeguarsi. È uno sforzo necessario, e costa: a pagarlo saranno le imprese di un territorio che è tra i primi in Italia per produzione di latte.

«Un Paese che chiede ai propri allevatori di investire per essere più sostenibili non può, nello stesso momento, raccontarli come una categoria di cui vergognarsi — conclude Pacchiarini —. Non si può chiedere a qualcuno di cambiare e insieme fargli capire che tanto quello che fa non serve più a niente. La transizione la faranno le persone che oggi lavorano nelle stalle: se il Paese continua a considerarle un problema da risolvere invece che una risorsa da accompagnare, quella transizione non la farà nessuno».

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